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La lezione di San Marino

Paolo Mieli
L'attesa orazione di Paolo Mieli sulla libertà

Un excursus sul concetto di libertà, parola difficile con cui fare i conti, e di come essa si coniuga con San Marino, che ne è il monumento e roccia. Paolo Mieli porta a Palazzo Pubblico una curriculum di peso ma non nasconde l’emozione nel raccontare l’evoluzione di un concetto attraverso la storia del Titano. Con l’invito a farla conoscere meglio, fuori confine, perché percepita in maniera frammentata.
Citazioni a confronto per una visione di libertà che parte dai fatti e che è stimolo di pensiero, con tagli cronologici lunghi che conferiscono alla libertà una accezione sempre diversa, mai scontata e difficilmente riconquistabile.
Nel video l'intervista a Paolo Mieli.

Di seguito l'orazione integrale:

Eccellentisimi Capitani Reggenti,
Capitani Reggenti Eletti,
Segretari di Stato,
Eccellenze,
Autorità tutte,
Signore e Signori,

desidero esprimere innanzitutto il più vivo ringraziamento per l’invito rivoltomi a partecipare alla Cerimonia d’Insediamento dei Capitani Reggenti in qualità di Oratore Ufficiale, ruolo che mi accingono a svolgere con grande onore.

Si fa presto a dire “libertà”. Partiamo dalla classica distinzione di Isaiah Berlin - del 1958 in “Quattro saggi sulla libertà” (Feltrinelli) - tra “libertà di” e “libertà da”. “Se affermo di essere incapace di saltare in alto più di un metro o di non saper leggere perché sono cieco, o di non capire le pagine più oscure di Hegel”, scrive Berlin, “sarebbe una stranezza dire che, nella misura in cui non so fare queste cose, io sono coartato e schiavizzato”. “Si può parlare di mancanza di libertà politica”, prosegue il filosofo, “soltanto se qualcuno ci impedisce il raggiungimento di un obiettivo: la semplice incapacità di raggiungere un obiettivo non può essere definita mancanza di libertà politica”. Qualcosa che aveva già spiegato Benjamin Constant, nel 1819 a seguito della Rivoluzione francese, in “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” (Einaudi).

Il cittadino del suo secolo, l’Ottocento, concepisce la libertà - scrive Constant - come “il diritto di essere sottoposto soltanto alle leggi, di non poter essere arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo per effetto della volontà arbitraria di uno o più individui; il diritto di dire la propria opinione, di scegliere la propria occupazione ed esercitarla, di disporre della sua proprietà e persino di abusarne, di andare e venire senza dover ottenerne il permesso e senza rendere conto di intenzioni e comportamenti”. Il diritto “di riunirsi con altri individui sia per conferire sui propri interessi, sia per professare il culto preferito da lui e dai suoi consociati, sia semplicemente per riempire i giorni e le ore nel modo più conforme alle sue inclinazioni, alle sue fantasie”. Constant paragona queste libertà a quelle “degli antichi” che consistevano “nell’esercitare collettivamente ma direttamente varie parti della sovranità tutta intera, nel deliberare della guerra o della pace sulla piazza pubblica”.
Se, però, era questo “ciò che gli antichi chiamavano libertà”, nello stesso tempo “ammettevano che era compatibile con tale libertà collettiva l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme”. Ciò che Constant chiama la “libertà degli antichi” è simile a ciò che Berlin definisce “libertà positiva”, la “libertà di”, una forma collettiva di libertà. Per contro la “libertà negativa”, la “libertà da”, è una forma individuale di libertà da impedimenti esterni.

Thomas Hobbes nel 1651 nel “Leviatano” (Bompiani) descrive appunto la libertà come “un’assenza di impedimenti esterni”. Per “impedimenti esterni” Hobbes intende ostacoli che “possono spesso sottrarre a un uomo parte di fare ciò che vorrebbe; ma che non possono impedirgli di usare il potere lasciatogli secondo quanto il suo giudizio e la ragione gli detteranno”. A far funzionare poi questa libertà interviene la legge.

Scrive John Locke nel 1662 ne “Il secondo trattato sul governo” (Bur): “Il fine della legge non è di sopprimere o limitare la libertà ma di conservarla e di ampliarla”; “dove non c’è legge, non c’è libertà perché libertà significa esser liberi dal vincolo e dalla violenza degli altri”; “la libertà non è libertà per ciascuno di fare ciò che gli pare (chi potrebbe essere libero se il capriccio di chiunque potesse dominarlo?)”. Così come sostiene nel 1762 Jean-Jacques Rousseau - in “Il contratto sociale” (Bur) - la libertà è “l’obbedienza ad una legge che l’uomo si è prescritta”.

Se andiamo alla ricerca di date, il senso moderno di questa parola inizia probabilmente con la Riforma luterana del 1517 (ancorché i protestanti del Cinquecento non possano essere considerati dei liberali in senso stretto). Per proseguire con il 1776, anno in cui Adam Smith diede alle stampe “La ricchezza delle nazioni”.
Sostare al celeberrimo discorso di Robespierre alla Convenzione nazionale il 26 luglio del 1794: “Popolo, ricordati che se nella Repubblica la giustizia non regna con impero assoluto, la libertà non è che vano nome!”. Tornare al 1748 con Montesquieu a “Lo spirito delle leggi” (Utet): “La libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono”. Fare una terza sosta nel 1859 al “Saggio sulla libertà” di John Stuart Mill (Saggiatore): “La libertà dell’individuo va limitata esattamente nella misura in cui può diventare una minaccia a quella degli altri”.
E giungere, in tempi più recenti, al 1954 negli Stati Uniti con la causa Brown versus Board che portò alla deliberazione della Corte suprema americana contro la segregazione razziale nelle scuole.

Attenzione, però, a questa parola. “E’ la prima di cui uno spirito libero dovrebbe diffidare, se non altro perché la si leggeva, impressa in ferro battuto, sui cancelli di Auschwitz”, ha scritto Guido Vitiello nella prefazione alla “Breve storia della libertà” dei filosofi economisti David Schmidtz e Jason Brennan (IblLibri). “Non c’è tiranno che non se ne fregi, non c’è chierico che non la accomodi alla sua casistica, non c’è terrorista che non pretenda di spargere sangue in suo nome”. Dovremmo tutti fare quel che raccomandava Ernesto Rossi, “battere con le nocche sull’intonaco delle parole per sentire quel che c’è dietro: il gesso, la pietra viva o il vuoto”.

Si tratta quindi, secondo Vitiello, “di proteggere l’idea stessa di libertà dalle scorrerie dei predoni illiberali, segnandone i confini ed erigendo bastioni”. La storia della parola “libertà” è, afferma Vitiello, “un epopea, certo, ma un’epopea decisamente avara di eroi e di condottieri, dove ogni vetta è conquistata grazie alla cooperazione - volontaria e soprattutto involontaria - di una miriade di uomini, di condizioni, di fattori e di interessi distinti se non contrapposti”.

E oggi? Oggi la libertà è qualcosa di più sofisticato. Dobbiamo resistere, scrivono Schmidtz e Brennan, alla tentazione di reagire alle opinioni contrarie in “modo disimpegnato, sostenendo che tutte le opinioni sono solo opinioni e che non c’è nessuna verità in gioco”. Dobbiamo “assumerci la responsabilità di dare alle idee una forma che le renda controllabili per mezzo di test come meglio possiamo, poi imparare dall’esperienza che non tutte le opinioni sono uguali”. Una società libera “lascia che Copernico sia in disaccordo con Tolomeo, ma non si ferma qui; lascia noi tutti liberi di cercare di capire - in realtà responsabili di cercare di capire - chi ha ragione”. Infine, sostengono Schmidtz e Brennan, oggi nella vita intellettuale e personale “una libertà grandemente sottovalutata è quella di non essere costretti ad avere ragione”. Le persone “che non insistono nel trattare le discussioni come competizioni da vincere o perdere sono persone che stanno ancora crescendo, tendono a essere più simpatiche e probabilmente imparano di più”.

Ma veniamo a noi. La nostra storia inizia da San Marino (III e IV secolo), un tagliatore di pietre di origine dalmata che per fuggire alle persecuzioni contro i cristiani di Diocleziano si rifugia con una piccola comunità sul Monte Titano. Lì resterà anche dopo l’ascesa al potere di Costantino e in seguito all’editto di Milano che pure tollererà la religione cattolica. In una disputa fiscale del 1296 si ricondurrà a San Marino il motto “Relinquo vos liberos ab utroque homine”. I due uomini sarebbero il papa e l’imperatore. Melchiorre Delfico (1744-1835) e Giosuè Carducci (1835-1907) hanno sostenuto che la frase è stata tramandata dal X o XI secolo. In ogni caso l’indipendenza di San Marino ha oltre mille anni.

Sarebbe lungo raccontare la storia di questa indipendenza ma non posso evitare di ricordare il 1600, che è l’anno della prima costituzione scritta. Poi nei secoli successivi vanno messe a fuoco le cosiddette tre occupazioni, le tre volte in cui si può dire che San Marino abbia perso la sua libertà. La prima è del 1503 ad opera di Cesare Borgia (il Valentino di Niccolò Machiavelli) e dura fino alla morte di suo padre, papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia papa tra il 1492 e il 1503). Al Valentino fu regalata la Romagna in vista della creazione (d’accordo con suo padre) di un regno secolarizzato dell’Italia centrale. E per quel che riguarda San Marino, Cesare Borgia inizia nel 1500 con un’occupazione morbida. Poi tra giugno e ottobre 1502 procede ad un’occupazione vera e propria. Non si sa perché sia interrotta in ottobre. Ma da dicembre 1502 all’agosto 1503 Serravalle (annessa a metà Quattrocento) che si è schierata dalla parte del Borgia viene proclamata capitale. Il 18 agosto 1503 muore Alessandro VI all’età di settantatré anni (era nato nel 1430). Guidobaldo (rifugiato a Mantova) riconquista Urbino e dà manforte ai sammarinesi che ottengono nuovamente libertà e indipendenza.

La seconda occupazione è quella del 1739 ad opera del cardinale Giulio Alberoni, ai tempi di papa Clemente XII (Lorenzo Corsini). L’occupazione alberoniana nasce dalla congiura di Pietro Lolli che scoperto e arrestato si dichiara suddito pontificio. Papa Clemente manda a dirimere il caso il cardinale Alberoni accolto da atto di sottomissione di Serravalle e Fiorentino. Il 25 ottobre dice di voler liberare i sammarinesi da regime oligarchico. Tiene un’assemblea popolare in cui, secondo quel che sostiene, una parte maggioritaria degli abitanti si schiera con lui ritenendolo emissario del papa. Ma, ricevuti segnali in direzione contraria, Clemente ci ripensa e all’inizio del 1740 manda il governatore di Perugia, monsignor Enrico Enriquez, che riconvoca l’assemblea la quale all’unanimità vota per l’indipendenza. Indipendenza che Enriquez restituisce il 5 febbraio 1740 poco prima del suo decesso: il papa muore l’8 febbraio all’età di ottantotto anni. Il suo successore Benedetto XIV (il bolognese Prospero Lambertini) confermerà l’indipendenza.
Napoleone ne riconobbe l’autonomia nel 1797. Autonomia poi confermata dal congresso di Vienna nel 1815. Napoleone avrebbe voluto dare a San Marino l’accesso al mare. Ma San Marino lo rifiutò. Il Reggente Antonio Onofri disse: “No, potrebbe compromettere la nostra libertà”.

La terza occupazione è quella nazista del 1944 per tre mesi a cui ne seguirà una degli alleati per altri tre mesi. Ma non si tratta di occupazioni vere e proprie come quelle di Cesare Borgia e del cardinale Giulio Alberoni. Il 25 ottobre 1943 - meno di due mesi dopo l’armistizio dell’8 settembre che ha diviso la Penisola in due: a nord la Repubblica sociale italiana di Benito Mussolini e dei nazisti; a sud il Regno d’Italia di Vittorio Emanuele III, di Pietro Badoglio e degli alleati - Rommel riconosce la neutralità di San Marino. Ma nell’estate del ’44 i confini vengono più volte violati dai nazisti. Bombardamenti inglesi (per errore, riconosceranno gli alleati) il 26 giugno 1944 provocheranno vittime. La liberazione è del 20 settembre 1944. Si calcola che siano state salvate decine di migliaia di italiani. E, anche a nome di questi italiani, va oggi la nostra gratitudine a San Marino per il modo in cui ha saputo custodire la sua e la nostra libertà.

Attenzione, però. Ne “I fratelli Karamazov” di Fedor Michajlovic Dostoevskij (Newton Compton), il Grande Inquisitore afferma che gli uomini in cuor loro non desiderano la libertà perché non sanno sopportarne il peso. La libertà, scrive Vitiello, è “cara”, perché la “si paga a caro prezzo di preoccupazioni, indecisioni, insoddisfazioni, dilemmi terrori e desideri angosciosi che i nostri antenati Neanderthaliani neppure si sognavano o si sognavano soltanto”. Si torna così al celebre ammonimento di Platone: “Dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce”.
Ma vale anche il pessimistico ammonimento di Rousseau ne “Il contratto sociale” di cui si è già detto: “Popoli liberi, ricordatevi di questa massima: si può conquistare la libertà ma non si riconquista mai”. O la notazione più fiduciosa di Nicolò Machiavelli (1532) nelle “Istorie fiorentine” (Utet): “che il tempo a consumare i desideri della libertà non basti è certissimo: perché s’intende spesso quella libertà essere in una città da coloro riassunta che mai la gustorono, ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro l’amavano, e perciò, quella ricuperata, con ogni ostinazione e pericolo conservono”.
Ed è meritevole di riflessione quel che scrisse Freud ne “Il disagio della civiltà” (Bollati Boringhieri): “La libertà non è un beneficio della cultura, era più grande prima di qualsiasi cultura e ha subito restrizioni con l’evolversi della civiltà”.
Qualche certezza ce la dà Benedetto Croce quando scrive nella “Storia d’Europa nel secolo decimonono” (Adelphi) che la “libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale”. O Adorno quando in “Minima moralia” (Einaudi) sostiene che la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, bensì nel potersi sottrarre alla prescrizione di questa scelta”. Oppure ad Albert Camus, che in “Resistenza, ribellione e morte” (Bompiani) afferma essere la libertà nient’altro che una possibilità di essere migliori laddove la schiavitù è “certezza di essere peggiori”. Una cosa è certa, ed è che la libertà - anche alla luce di quella che a questo punto potremmo definire la “lezione di San Marino” - dobbiamo farla nostra, difenderla. Sempre e comunque.