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Felici e Macina si dimettono dal Consiglio

Felici e Macina si dimettono dal Consiglio

Via dal Consiglio ma non dal partito. Il Codice etico del Psd infatti prevede l'intervento del Comitato dei garanti e la conseguente espulsione, per gli iscritti che – in caso di rinvio a giudizio – non si dimettano dai loro incarichi. Questa mattina Claudio Felici e Stefano Macina hanno consegnato alla Reggenza la lettera di dimissioni dal Consiglio Grande e Generale dopo essere stati rinviati a giudizio nell'inchiesta “Conto Mazzini”. Nonostante i capi di imputazione che li riguardano siano marginali rispetto all’ampiezza del procedimento giudiziario, scrive il Psd, con la dignità che li contraddistingue si sono dimessi dall'Aula. I compagni del Psd, prosegue la nota, sanno quale e quanta sia la sofferenza che si manifesta in questa occasione e ringraziano Stefano e Claudio per avere anteposto l’interesse del Partito a quello personale, come del resto hanno sempre fatto nelle occasioni difficili. Siamo di fronte a due persone – rimarca il Psd - che hanno affrontato con onestà i loro impegni trovandosi oggi in situazione di difficoltà perché il sistema, grazie proprio alle decisioni assunte dal Psd, è cambiato, con livelli di attenzione alla trasparenza, che ai tempi che vengono analizzati non erano richiesti. Siamo certi, conclude la nota, che Stefano Macina e Claudio Felici non abbiamo mai utilizzato per fini personali o per illecito condizionamento dell’elettorato contributi o finanziamenti ricevuti, e che tali somme mai hanno condizionato le decisioni politiche del Psd, che ha sempre deciso in piena autonomia la sua azione politica, in particolare dopo le elezioni del 2006, quando decise di formare un governo con Alleanza Popolare e Sinistra Unita per imprimere insieme a queste forze politiche una svolta alla realizzazione di riforme, di cui il Paese aveva assoluta necessità. La fine della fase delle indagini sul “Conto Mazzini” rappresenta l’opportunità per fare piena luce sui fatti riguardanti la storia politica ed economica degli ultimi decenni attraverso un processo che vede, per la prima volta, coinvolti molti cittadini sammarinesi e non, politici, imprenditori, professionisti. Nell’ipotesi dei magistrati inquirenti si tratta di un sistema che ha sicuramente coinvolto grande parte del Paese, con responsabilità diverse, diffuse nel tempo, che ha toccato vasti settori dell’apparato pubblico e dell’economia privata. Il Psd ricorda di essersi sempre battuto, fin dalla sua nascita, contro una situazione in cui i capisaldi dello sviluppo erano intrinsecamente forieri di storture e contraddizioni. Tra non molto inizierà il processo della giustizia ordinaria sul “Conto Mazzini”. Anche questa sarà l’occasione per una crescita collettiva capace di fare i conti col passato, facendo chiarezza fra le responsabilità politiche e i veri e propri reati, come deve avvenire del resto in un Paese civile dove prevale lo stato di diritto. Nel caso contrario, afferma il Psd, il rischio sarebbe quello del fallimento della politica e degli strumenti della democrazia costituzionale e ciò potrebbe significare l’inizio di una epoca buia di pericoloso giustizialismo. In questa fase quindi i principi generali del diritto e le garanzie di tutela delle persone devono essere attivate ai massimi livelli, in particolare quelle che prevedono l’attribuzione di colpevolezza solo dopo avere espletato tutti i gradi di giudizio fino alla definitività del pronunciamento.