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Simone Celli si dimette da Segretario Generale del PS

Simone Celli si dimette da Segretario Generale del PS

Il Segretario del Partito Socialista Simone Celli si è dimesso. Una decisione sofferta ma resa inevitabile dai forti contrasti interni su linea politica e future alleanze. Spiega i motivi della scelta in una lettera consegnata al presidente. La sua analisi parte dal Congresso, in cui era stato indicato come unico candidato possibile per ricoprire il ruolo di Segretario. Già allora – ricorda Celli – avevo manifestato forti perplessità. Oggi ribadisce che è stato un errore politico poiché si è persa – dice - una straordinaria opportunità per dare ulteriore impulso al percorso di rinnovamento. Ma è sul presente e le scelte delle alleanze che si concentra l'analisi dell'ormai ex Segretario. Il “Patto di legislatura” lanciato dal Congresso – dice - ha terminato il suo tempo. La collaborazione con l’intera maggioranza era infatti legata alle riforme strutturali. Ma i problemi del paese sono ancora tutti lì, rileva con amarezza. E punta il dito contro un governo che non si è rivelato all’altezza del compito e contro una maggioranza che giorno dopo giorno si sta sfilacciando sempre di più. La “questione morale” lo porta ad interrogarsi sulle modalità con cui le organizzazioni politiche tradizionali potranno riconquistare credibilità e autorevolezza. Non sono un nome, un simbolo o un fiore – dice Celli - che ci fanno essere socialisti più di altri, sono le politiche che si attuano. Invita quindi all’apertura di una nuova fase politica che non cancelli le radici, ma vada verso una nuova aggregazione che garantisca l’unità della sinistra riformista sammarinese. Nel video l'intervista a Simone Celli.

Questa la lettera consegnata nella giornata di ieri al Presidente del Partito

Ill.mo
Alessandro Bevitori
Presidente Partito Socialista


Caro Presidente,

la riunione congiunta di Esecutivo e Gruppo Consiliare di martedì 3 novembre u.s. è stato un interessante momento di confronto, che in questi giorni mi ha portato a compiere una riflessione attenta e approfondita sul senso del mio impegno politico e, nello specifico, del mio ruolo di Segretario Generale del Partito Socialista.

Ritengo indispensabile ricordare che, nonostante le mie fortissime perplessità dal punto di vista politico, al termine dell’ultimo Congresso Generale (6-7 marzo u.s.) ho deciso di ricandidarmi alla Segreteria in seguito ad una sollecitazione, pressoché unanime, pervenuta dai tanti delegati intervenuti. E’ stata indubbiamente una grande dimostrazione di stima e di affetto che porterò per sempre nel mio cuore, soprattutto perché successiva ad alcune vicende personali che mi avevano profondamente turbato.
Ancor oggi, però, sostengo che quella scelta fu un evidente errore politico, in quanto – perlomeno a mio parere – si è persa una straordinaria opportunità per dare ulteriore impulso al percorso di rinnovamento del gruppo dirigente intrapreso negli anni precedenti.
Comunque, non intendo perdere tempo con inutili recriminazioni.
Occorre guardare avanti e desidero farlo partendo proprio dalle posizioni emerse nel corso della discussione di martedì scorso.
Infatti, l’unanimità che mi portò ad assumere nuovamente la responsabilità di Segretario Generale del Partito Socialista, ora non c’è più e di questo devo necessariamente tenerne conto. Non posso non constatare che sulla linea da me proposta sono state manifestate diverse criticità, peraltro legittime e rispettabili, da parte dei compagni presenti.
Potrei fare finta di nulla, ma non appartiene al mio stile.
Nel bene o nel male, da quando faccio politica mi sono sempre preso le mie responsabilità e, a differenza di altri che amano stare nel macchione per convenienza personale, ci ho messo la faccia in tutte le situazioni che si sono presentate dinanzi a me.
Lo farò anche in questa circostanza, cercando di dare soddisfazione ai compagni che giustamente hanno preteso chiarezza nel corso dell’ultima riunione.

Il primo punto che intendo analizzare, riguarda la proposta di “Patto di legislatura”, che ho personalmente avanzato nell’ambito del confronto pre-congressuale all’interno del Partito e che poi è stato recepita nella mozione conclusiva approvata.
Qual era la finalità politica di tale iniziativa? L’attivazione di una collaborazione strutturale con l’intera maggioranza per realizzare le riforme strutturali necessarie a dare risposte concrete ed immediate ai problemi della disoccupazione, del disagio sociale, delle sofferenze del sistema bancario e dello stato di precarietà dei conti pubblici.
Naturalmente sulla base dei risultati ottenuti si sarebbe poi valutata la possibilità – fortemente auspicata dal Partito Socialista – di rendere questo percorso funzionale alla formazione della prossima coalizione elettorale.
Non rinnego assolutamente nulla di ciò che abbiamo fatto sino ad oggi, anzi credo che il Partito Socialista abbia mostrato coraggio e serietà nel rifiutare la deriva demagogica, populista ed urlatrice che tanto va di moda nell’ultimo periodo. Tuttavia, dopo circa otto mesi dalla celebrazione del nostro Congresso Generale è doveroso compiere un bilancio della nostra azione che secondo me è tutto fuorché positivo.
Gli obbiettivi raggiunti sono pochissimi ed insoddisfacenti, la maggior parte dei problemi del Paese resta irrisolta e manca in modo evidente il senso di un vero progetto di prospettiva.
Penso, e lo dico con sincerità, che il quadro da me delineato non dipenda affatto dalle nostre lodevoli intenzioni, bensì da un governo che si è rivelato non all’altezza del compito affidatogli dagli elettori e da una maggioranza che giorno dopo giorno si sta sfilacciando sempre di più per diverse ragioni.
Le condizioni politiche sono radicalmente mutate rispetto allo scorso mese di marzo e il gruppo dirigente deve perlomeno esserne consapevole, altrimenti si rischia di diventare ingiustamente complici e corresponsabili di una compagine governativa che per svariati motivi non è stata in grado di dare soluzioni strutturali alla crisi economica, finanziaria e sociale in cui si trova la Repubblica di San Marino da circa sette anni.
La verità è che è scaduto il tempo per realizzare il “Patto di legislatura”.
E’ giunto il momento di ragionare concretamente in vista della prossima consultazione elettorale su un progetto di coalizione, nel quale gli ideali e i valori del movimento socialista possano tornare ad essere protagonisti, contribuendo in maniera determinante all’affermazione di un governo che contrasti ogni forma di conservatorismo e che promuova una stagione di riforme, progresso e innovazione.

Il secondo punto è la “questione morale”.
Non nascondo una certa amarezza nell’aver registrato una sorta di diffidenza – da parte di ampi settori della nostra forza politica – rispetto alle posizioni da me sostenute pubblicamente in Consiglio Grande e Generale, nei dibattiti televisivi e in alcune interviste rilasciate ad organi di informazione locali.
Addirittura, un autorevole membro dell’Esecutivo si è sentito in dovere di replicare ad una mia dichiarazione.
Personalmente ritengo che su questo tema non possano essere accettate ambiguità e reticenze di nessuna natura.
Le recenti vicende giudiziarie, che vanno aggiunte alle precedenti, hanno portato alla luce un impressionante intreccio tra politica e affari, che sarebbe ridicolo, ipocrita e offensivo, ridurre alle sole responsabilità individuali.
Ad essere messo sotto accusa è un intero “Sistema-Paese” (politica, istituzioni di garanzia, pubblica amministrazione e mondo imprenditoriale) che nei partiti e nei suoi esponenti di primo piano aveva dei punti di riferimento strategici.
Perciò sono convinto sia indispensabile interrogarsi con serietà e realismo – abbandonando visioni nostalgiche che sono fuori dal tempo – sulle modalità con cui le organizzazioni politiche tradizionali potranno riconquistare credibilità e autorevolezza di fronte alla cittadinanza e all’opinione pubblica.
Si può far finta di nulla, per carità, oppure si può affermare che la colpa è imputabile solo ad alcuni personaggi, ma con estrema franchezza a me sembrano posizioni estremamente deboli, patetiche e imbarazzanti sul piano strettamente politico.
Quando è necessario, non si deve avere paura di compiere una robusta autocritica e di scusarsi con i cittadini sammarinesi per la sciagurata gestione politica della cosa pubblica avvenuta in certi periodi storici e di cui adesso paghiamo salatamente le conseguenze.
Ma soprattutto, occorre promuovere l’apertura di una nuova fase politica, segnando una rottura totale e incondizionata con un passato squalificante che deve essere ricordato solo per far si che certi errori non vengano più ripetuti e rinnovando radicalmente l’intera classe dirigente del nostro Paese – sia chiaro, non solo a livello politico – per far si che coloro i quali hanno avuto contiguità con determinate situazioni – attualmente oggetto di indagini della Magistratura – non siano di ostacolo all’affermazione di una effettiva cultura della legalità e della trasparenza.

Il terzo e ultimo punto concerne proprio l’apertura di una nuova fase politica.
Dalla comunità sammarinese con sempre maggiore insistenza provengono istanze di cambiamento e di rinnovamento che abbiamo il dovere di recepire e interpretare in modo corretto. Aprire una nuova fase politica non significa fare rivoluzioni o cancellare le nostre radici, significa però porsi in sintonia con l’opinione pubblica, predisponendo un progetto di cambiamento nel quale sono assolutamente certo che i socialisti possano ricoprire una funzione di importanza nevralgica.
Dopo anni di divisioni, dovute in prevalenza al deterioramento dei rapporti interpersonali di alcuni “capibastone” più che a motivazioni di carattere politico e ideale, a mio avviso occorre fornire una risposta concreta alla frammentazione dell’area del riformismo socialista, democratico e liberale, dando vita a una nuova aggregazione che abbia una chiara vocazione maggioritaria e che nella sua politica delle alleanze non soffra della “sindrome di sudditanza psicologica” nei confronti di nessuno.
Non credo che si debba archiviare la gloriosa tradizione del socialismo sammarinese di cui mi sento parte e di cui vado orgoglioso. Non credo però neppure che sia corretto aggrapparsi ostinatamente ad una visione novecentesca della politica che è superata dai fatti e che deve inevitabilmente essere reinterpretata in chiave moderna e innovativa.
Il mondo è cambiato ed è necessario tenerne conto. Non sono un nome, un simbolo o un fiore, che ci fanno essere socialisti più di altri, sono le politiche che si attuano.
Perciò sono convinto che sia giunto il tempo di mettere lo straordinario patrimonio di donne, uomini, idee e valori, rappresentato dal Partito Socialista, a disposizione di un grande progetto riformista, che bisogna mettere in campo al più presto per garantire ai nostri concittadini un futuro basato sulla libertà, sulla giustizia sociale, sulle pari opportunità, sul merito, sulla legalità, sui diritti civili, sulla solidarietà, sullo sviluppo sostenibile e sulla tutela ambientale.
La scelta di sottoscrivere un accordo con il Partito dei Socialisti e dei Democratici doveva andare proprio in questa direzione.
E’ un progetto nel quale ancora credo fermamente, ma va ulteriormente valorizzato e rafforzato, abbandonando i tatticismi più consoni ad una partita di “battaglia navale” e manifestando apertamente l’obbiettivo di costruire una nuova organizzazione politica che garantisca l’unità della sinistra riformista sammarinese.

Sono questi i tre punti su cui, nel corso dell’ultima riunione congiunta di Esecutivo e di Gruppo Consiliare, ho constatato il venir meno della coesione e dello spirito unitario che aveva contraddistinto la mia elezione a Segretario Generale del Partito Socialista.
Perciò, ritengo doveroso e corretto rassegnare le mie dimissioni da Segretario Generale del Partito Socialista.
E’ una scelta irrevocabile di cui mi prendo tutta la responsabilità.
Ma è una scelta che considero obbligata per il bene del Partito Socialista, dato che in questo modo viene liberato dalla “zavorra” – da me incarnata – che a detta di alcuni compagni era diventata causa di divisione interna e condizione ostativa all’alleanza dei tre partiti tradizionali.
Tolgo il disturbo, senza portare rancore nei confronti di nessuno.
Nei miei anni alla guida del Partito Socialista ho sicuramente compiuto diversi errori, di cui mi assumo ogni responsabilità e di cui mi scuso con tutti i compagni.
Ho però sempre preso le mie decisioni in buona fede ed ho agito in tutte le circostanze anteponendo gli interessi del Paese e del Partito ad ogni altra cosa.
Ringrazio di cuore tutti i compagni che in questi lunghi anni mi hanno manifestato stima, affetto e sostegno e che hanno collaborato attivamente con me.
In particolare, il mio ringraziamento va a Te, al Presidente e ai membri del Gruppo Consiliare e ai compagni dell’Esecutivo e della Direzione.

Caro Presidente,

prima di concludere questa lettera desidero condividere con Te alcune riflessioni personali sul significato della politica.
Per me fare politica significa credere in alcuni principi fondamentali – quali la legalità, lo stato di diritto, la libertà, la giustizia sociale, il rispetto delle istituzioni, l’assenza di conflitto di interessi -; significa portare avanti un’idea di Paese sulla cui base praticare una politica delle alleanze realista e ragionevole; significa lottare per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni; significa sostenere le persone più deboli; significa mettere il bene comune davanti agli interessi personali.
Per me la politica è passione, coinvolgimento, partecipazione e anche divertimento. Se faccio politica voglio anche sognare e provare a far sognare gli altri. Probabilmente sono un inguaribile utopista, ma sinceramente preferisco essere così, piuttosto che una persona cinica e opportunista – alcune di esse purtroppo ho avuto modo di conoscerle meglio negli ultimi tempi –, pronta a sacrificare tutto e tutti pur di raggiungere il proprio scopo.
Attualmente nel mio impegno politico all’interno del Partito Socialista, ci trovo davvero poco di questi ingredienti, mentre noto personalismi di vario genere, un’accentuata propensione al mantenimento dello status quo e alcuni comportamenti – per fortuna circoscritti a qualche “scheggia impazzita” – che niente hanno a che fare con il socialismo e che invece hanno l’intenso retrogusto della salvaguardia di interessi particolari.
Tutto questo a me non piaceva, ma per rispetto del Partito e della dirigenza ho sopportato in silenzio con pazienza, sperando in un cambiamento della situazione che chiaramente non si è verificato.
Purtroppo a tutto c’è un limite e ora la pazienza è finita.

Per queste ragioni, osserverò con estrema attenzione le scelte che verranno compiute dal Partito Socialista nelle prossime settimane e sulla base di esse valuterò se esiste o meno la possibilità di continuare il mio impegno politico, nel Paese e nelle Istituzioni, all’interno del Partito Socialista.

Caro Presidente,

nel chiederTi di farTi portavoce della mia decisione negli organismi di Partito preposti, Ti comunico sin da ora che non parteciperò alle prossime riunioni di Esecutivo, Direzione e Gruppo Consiliare.
Non ho mai avuto paura del confronto, dal quale non mi sono mai sottratto e mai mi sottrarrò, ma credo che in questo momento la discussione potrà essere facilitata e sarà indubbiamente più proficua senza la presenza di chi da alcuni compagni viene qualificato come nemico del Partito Socialista.

A Te e a Tutti i compagni del Partito Socialista, auguro buona fortuna.

Fraterni saluti,


Simone Celli